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Manoscritti e miniature che passione!

Dentro un libro ci si può nascondere un mondo interno, anzi no, un universo!

Vero per i libri che conosciamo noi a stampa, dove vengono narrate storie che ci catapultano
al loro interno, che ci fanno sognare, commuovere, viaggiare. Ma la questione è ancora più veritiera se aprissimo un libro manoscritto.

Il manoscritto racconta una storia: la vita dei monaci

Sappiamo che la regola dei primi ordini monastici, la Regola Benedettina, aveva un’unica summa “Ora et Labora” – Prega e Lavora.
La loro vita prevedeva queste due attività: la preghiera, che si svolgeva con cadenza
regolare durante la giornata- anche durante la notte- e il lavoro, che occupava il resto del
tempo. I tipi di lavoro potevano essere diversi: dalle pulizie, al giardinaggio, o provvedere ai pasti per i propri confratelli.

Ma quello che più affascina è il lavoro del “copiatore” e “miniatore”. I monaci benedettini sono i grandi trascrittori dei classici della letteratura greca e romana; senza la loro attività di salvaguardia del patrimonio librario, non sarebbero giunti sino a noi quelli che si considerano i capisaldi della cultura.

Il Libro di Kells (Leabhar Cheanannais in Gaelico, Book of Kells in inglese), conosciuto come Grande Evangeliario di san Columba, Folio 29r , tempera su pergamena, scrittura insulare, 33 × 25,5 cm, Manuscripts & Archives Research Library, Trinity College Dublino, 800 circa.

Ma come si svolgeva il lavoro per la copiatura di un libro?

Si cominciava conciando le pelli di pecora, o montone, per ricavarne la pergamena: se
aprissimo un libro manoscritto adesso, sulle nostre scrivanie, vedremo che si può
chiaramente riconoscere il lato “del pelo” – dove sono visibili i follicoli- e il lato “carne”, che
sicuramente risulterà più liscio.

Una lavoro di squadra

I fogli di pergamena venivano squadrati e rigati, per permettere ai copiatori di scrivere.
Un libro non veniva copiato da una persona solamente, ma era un’officina: un monaco
redigeva una parte, un altro copiava il successivo fascicolo. Questi, poi venivano rilegati insieme, formando il libro vero e proprio. La cosa che stupisce è che, ad un occhio poco esperto, la scrittura sembra come “stampata” da tanto che è perfetta, uguale nei minimi dettagli.

Se invece si è esperti, si ha un occhio allenato e un’ottima conoscenza della paleografia – lo
studio delle scritture antiche – si può capire dove lavora un copista e dove comincia l’altro.
La sola scrittura è un’opera d’arte: ma la cosa che invece colpisce maggiormente è la
miniatura.

Evangelario di Durrow, seconda metà VII sec., monastero di Durrow in Irlanda, pergamena, Scrittura: maiuscole irlandesi arcaica, Ubicazione Trinity College Library di Dublino (Ms. 57)

Come dice il mio professore di Storia dell’Arte Medievale, è l’arte più significativa del
Medioevo: in così poco spazio si racconta magari un intero Salmo della Bibbia, oppure il copista lascia una pagina intera per essere decorata, per dare risalto a quello che potrebbe
essere l’inizio di un Vangelo.

Foglia oro, colori sgargianti, qualità pittorica notevole e intrecci complicatissimi rendono il
libro nel Medioevo un bene di lusso, solo per pochi.

Il libro manoscritto è, ai giorni nostri, una porta su un mondo ancora sconosciuto, che ci
lascia ammirati e stupefatti: quanta ricchezza e luce in un periodo considerato, ancora, come
oscuro.

L’Evangeliario di Lindisfarne è un manoscritto miniato nello stile dell’arte insulare e scritto in maiuscole irlandesi, Autore: Eadfrith, tra il 710 e il 721, latino, Provenienza: Abbazia di Lindisfarne, pergamena,Scrittura: Scrittura insulare, 34 × 25 cm, Ubicazione: British Library di Londra
Categories: Artisti Opere Temi
Vania Passaglia:

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