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Il ruolo dei semai nella diffusione del giapponismo e l’esempio di Pompeo Mazzocchi

Tra le numerose figure e personaggi che hanno avuto il merito di portare il giapponismo in Italia e di incentivarne la diffusione, trattasi della fascinazione per le pratiche artistiche e culturali del Giappone, particolare attenzione è necessario rivolgere alla figura dei semai.

Cosa sono i semai?

I semai furono figure che videro l’affermazione del proprio ruolo e della propria importanza durante la seconda metà dellOttocento, ovvero quando divenne necessario l’acquisto di bachi da seta dal Giappone a causa della malattia della pebrina che stava decimando la produzione sericola europea. Ma parallelamente all’acquisto e al commercio di seme-bachi intensa fu anche l’acquisizione, da parte dei semai, di oggetti artistici e di altra natura che venivano definiti come curiosità.

Questo da una parte dimostra quanto forte fosse il fascino esercitato dall’arte giapponese, capace anche di ammaliare imprenditori italiani durante le loro spedizioni di lavoro. Ma dall’altra parte dimostra anche come essi contribuirono alla diffusione di questo gusto in Europa. Gli acquisti effettuati venivano dettati dal puro apprezzamento estetico al fine di creare o arricchire una propria collezione personale, ma anche dal desiderio poi di vendere questi prodotti nel Continente per ampliare le proprie entrate economiche.

Gountei Sadahide Utagawa, Panorama della costa di Yokohama, inizio periodo Meiji, xilografie policrome su carta di gelso, 378 x 260 mm ciascuna, inv. 403. Museo d’Arte Orientale – Collezione Mazzocchi.

La collezione di Pompeo Mazzocchi

Primo esempio fra tanti è la collezione realizzata dal bachicoltore e commerciante Pompeo Mazzocchi, la quale oggi ha dato origine al Museo d’Arte Orientale – Collezione Mazzocchi presso Coccaglio (BS). Le curiosità tipicamente acquistate dai semai consistevano in lacche, avori o bronzi, in genere oggettistica di piccole dimensioni; ma la Collezione Mazzocchi costituisce un’ampia panoramica anche dell’arte pittorica e xilografica orientale.

Parte degli oggetti facenti parte della raccolta vennero utilizzati come arredo e decorazione nella dimora del collezionista. Inoltre il semaio, imprenditore bergamasco e compagno di spedizione di Pompeo Mazzocchi, Enrico Andreossi, visse per anni accanto alla dimora del cavaliere Giulio Mylius. Quest’ultimo proveniva da una famiglia specializzata nella produzione di seta e la dimora Mylius a Milano era riccamente arredata con oggetti giapponesi, tanto che negli anni si trasformò in un vero e proprio museo privato aperto al pubblico, il Museo Mylius; la collezione venne poi battuta all’asta nel 1929. Quindi è ipotizzabile che anche lo stesso Andreossi, oltre a seme-bachi, trasportasse oggetti d’arte. 

La collezione a casa Fè d’Ostiani a Brescia

Altra collezione di valore è presente presso casa Fè dOstiani a Brescia. Composta da numerose opere orientali di proprietà della famiglia Fè d’Ostiani, ha visto anche ampliamenti grazie ai membri Pietro e Marc’Antonio che esercitarono come semai in Giappone e Cina. Sempre in territorio bresciano si colloca anche la raccolta del semaio Giacomo Ragnoli, il quale si recò in Giappone sei volte tra il 1873 ed il 1878. La collezione di maggior valore è quella di porcellane ad opera di Ferdinando Meazza, essa è stata poi ceduta ad Enrico Cernuschi entrando in seguito a far parte del patrimonio del Musée Cernuschi

Testimonianze, invece, di vendite sono date dal semaio G.B. Parodi. Il quale ha organizzato nel 1870 una Esposizione e Vendita doggetti Chinesi e Giapponesi. Oppure il semaio trentino Don Giuseppe Grazioli è stato incaricato nel 1866, dall’industriale Alberto Keller, di acquistare oggetti d’arte orientale dandogli libertà sulla scelta. Allo stesso tempo, però, Don Grazioli acquistò anche oggetti per sé realizzando la propria collezione personale.

Il semaio Pompeo Mazzocchi

Chiaro esempio di come la figura del semaio si sia fatta strada nell’ambito artistico, lasciando un segno indelebile nella diffusione e nella comunicazione futura dell’arte giapponese, è il semaio e bachicoltore Pompeo Mazzocchi.

Operare bene, essere utile a sé, agli altri, e poi mettersi nella mani di Dio. (…) Iddio ha lasciato libertà alluomo perché abbia merito di essere virtuoso.

Pompeo Mazzocchi

Con questa frase Pompeo Mazzocchi è riuscito a racchiudere quella che è stata la sua esistenza e quello che rappresenta oggi l’istituzione del Museo dArte Orientale – Collezione Mazzocchi. Ma questo è solo uno dei tanti stralci che è possibile ricavare dai suoi manoscritti, scritti nei quali egli annotava esperienze, le avventure affrontate durante le spedizioni, i viaggi passati e soprattutto consigli di vita rivolti ai figli.

Il figlio Cesare Mazzocchi continua l’opera del padre

Consigli seguiti dal figlio Cesare Mazzocchi il quale, grazie al suo lascito testamentario del 10 agosto 1959, ha donato alle comunità bresciane di Coccaglio e Torbole Casaglia la collezione artistica ed il patrimonio del padre, richiedendo la creazione di una fondazione (oggi la Fondazione Pompeo e Cesare Mazzocchi Onlus)che si occupasse della costituzione di un istituto assistenziale che riportasse la denominazione di Casa di riposo per vecchi di Torbole Casaglia e Coccaglio – Fondazione Pompeo e Cesare Mazzocchi all’interno della sua abitazione.

Rispettando le volontà di Cesare Mazzocchi il 23 aprile 1965 venne ufficialmente costituita la Fondazione con la denominazione precisata. I lavori per l’edificazione della struttura assistenziale iniziarono nel 1975 e vennero conclusi il 22 febbraio del 1979. Successivamente nell’anno 2017, grazie all’intervento della stessa Fondazione, è stata possibile l’inaugurazione dell’istituzione museale.

Osservando il Museo e le azioni messe in pratica dalla Fondazione è oggi possibile affermare che il coccagliese sia riuscito a mettere in pratica uno dei suoi stessi consigli, l’essere utile a sé e agli altri.

La nascita di entrambe le istituzioni è da andare a ricercarsi nella passione nata in Pompeo per il Giappone. Egli iniziò a viaggiare per ricercare seme-bachi sano tra il 1864 ed il 1880. Ma è stata proprio la passione di Pompeo a portarlo ad intraprendere fino a quindici viaggi, permettendogli di ottenere un’importante fortuna e di creare una ricca collezione di opere e manufatti. 

Chi era Pompeo Mazzocchi?

Pompeo Mazzocchi, è nato a Coccaglio (BS) il giorno 8 luglio 1829. Il padre Andrea, discendente dal ramo meno abbiente della famiglia, dovette costruire dal nulla la propria fortuna nel settore della bachicoltura. La famiglia Mazzocchi, oltre che all’allevamento dei bachi, si dedicò anche alla coltivazione di vigne, di gelsi e alla lavorazione dei bozzoli. 

Ma dalla metà del secolo la bachicoltura venne attaccata dall’epidemia della pebrina, segnando la fine di un trentennio di prosperità. La produzione dei bozzoli diminuì drasticamente e nonostante le numerose ricerche condotte da esperti del settore non si giunse ad azioni risolutive.

Lo stato di crisi nel quale entrò anche la famiglia Mazzocchi dal 1855, convinse il padre Andrea che l’unica soluzione e possibile salvezza fosse intraprendere viaggi per ricercare seme sano. Inizialmente Pompeo si recò in zone limitrofe al paese della Franciacorta. Con il tempo, però, l’epidemia si diffuse in tutta Italia e nei Paesi adiacenti. Si vide, quindi, essenziale spostarsi oltre il territorio nazionale. 

Pompeo Mazzocchi, Archivio Fotografico Mazzocchi, Coccaglio (BS)

Pompeo Mazzocchi e il suo “bagaglio” per viaggiare

Ma prima di affrontare questo genere di viaggi era di fondamentale importanza disporre di un adeguato bagaglio di conoscenze. Pompeo Mazzocchi nel 1856, intraprese un percorso di formazione culturale al fine di apprendere lingue straniere come il francese e l’inglese «Partii nel mese di aprile del 1856 per aver tempo per imparare un pò la lingua francese – per capire e per parlare – e ancora [per imparare] qualche parola d’inglese».

Quest’ultima lingua si rivelerà fondamentale per il proseguimento della carriera del bachicoltore. Numerosi, infatti, sono i documenti in lingua inglese ritrovati nel Fondo archivistico della Fondazione; ad esempio polizze di assicurazione per il trasporto di seme-bachi, polizze di carico e polizze antincendio, necessarie per un trasporto sicuro di seme-bachi. Difatti, a seguito delle sue imprese il bachicoltore riconosce il valore di tali esperienze ed insegnamenti «[Mio padre] fu [buon] profeta. Questo francese, questo inglese e questo viaggio mi furono assai utili. Fu una scuola, una preparazione per i lunghi viaggi che feci in oriente». 

Ma oltre a Pompeo, la maggior parte dei semai italiani che intrapresero spedizioni in Giappone erano persone di elevata competenza, non solo culturale, ma anche professionale negli ambiti della conduzione di allevamenti e della gestione di filande. 

Il viaggio continua in tutta Europa e poi in Oriente

Dato però il continuo peggioramento della situazione nazionale ed europea, Pompeo si vide costretto a recarsi in Anatolia, Dalmazia, Montenegro, successivamente in Spagna, fino in Bulgaria e Romania. Ma in ogni luogo dove si recava l’epidemia si diffondeva. Pompeo, quindi, dovette spingersi oltre fino in Oriente

L’Oriente iniziò a divenire metà prediletta grazie alle testimonianze date dagli splendidi tessuti in seta che giungevano dal Giappone, «la malattia dei bachi che non permetteva di avere buona semente si era estesa non solo in Europa, ma in Asia. Nel 1863, solo la Cina ed il Giappone, perché mandavano qui le sete, erano creduti immuni».

Ma purtroppo si scoprì che anche il seme-bachi proveniente dalla Cina e dalle zone interne dell’Asia era infetto. Il Giappone rimaneva la sola speranza, il paese che era da sempre produttore di seta pregiata. Con la ripresa delle spedizioni in Estremo Oriente, il Giappone tornò alla sua antica posizione di primato. Pompeo vi si diresse per la prima volta nel 1864, qui non passò inosservata ai suoi occhi la bellezza del paese, i modi, l’educazione e la dignità della popolazione.

Così come rimase affascinato dai modi tradizionali di vestire e di arredare casa, tanto da descriverli dettagliatamente nei suoi manoscritti. Numerosi sono i passaggi nelle sue memorie nei quali paragona gli usi e costumi orientali con quelli occidentali, «ricordatevi sempre dei poveri morti, i Giapponesi tengono un altarino nel loro case, questo sentimento di gratitudine è nobile, vi sarà di sollievo sempre nelle disgrazie e di conforto». 

La seconda spedizione nel 1865

Successivamente affrontò una seconda spedizione nel 1865. In questa seconda avventura decise di dare inizio alla sua parallela carriera da collezionista, dedicandosi alla ricerca di oggetti dellartigianato cinese e giapponese. Un passaggio del suo diario tratta delle pipe tradizionali giapponesi, le stesse pipe che ha acquistato ed inserito nella sua collezione «Al Giappone piccolissime pipe e tabacco dolce, in Turchia lunghe pipe, che non portano il fumo forte in bocca, e tabacco leggero». 

In questo stesso viaggio ebbe modo anche di conoscere lo stesso collezionista Enrico Cernuschi «A Yokohama parlai con Cernuschi, famoso per acquisti e regali alla Francia». 

En-kan (pipa da tabacco), bronzo, bambu, 5 x 13,5 x 1 cm, periodo Meiji (1868-1912), inv. 185. Museo d’Arte Orientale – Collezione Mazzocchi

Pompeo Mazzocchi dopo questa impresa rimase a Coccaglio fino al 1868, sono ancora sconosciute le cause di questa pausa, anno in cui riprese senza sosta le spedizioni e le ricerche fino al 1880, quando si ritirò ufficialmente. Proseguì comunque i commerci, nel 1881 e 1882, delegando le spedizioni e gli acquisti al collaboratore e semaio Bartolo Gualeni. I commercianti italiani di uova raramente soggiornavano in Giappone per diversi anni.

Dato che la stagione del mercato delle uova di bachi da seta era abbastanza corta (solitamente da settembre all’inizio di novembre), i semai arrivavano a Yokohama durante l’estate (tra luglio e agosto). Per poi andarsene solitamente alla fine di ottobre o all’inizio di novembre. In media rimanevano circa tre mesi, la maggior parte di loro tornò di nuovo in Giappone negli anni successivi. 

Il ritorno a casa e il matrimonio

Al termine della sua carriera tornò a Coccaglio, sposò Vittoria Almici nel 1881. Proprio in questi anni diede inizio alla stesura delle sue memorie sotto forma di diario. La grande passione per il Giappone lo portò anche a nominare i fabbricati e le cascine di suo proprietà Nagasaki, Yokohama e Giappone. Pompeo si spense a 86 anni, il 7 aprile 1915, ma prima di morire scrisse tra le sue memorie un passaggio che funge da sunto di ciò che è stato e ha compiuto: 

Pompeo Mazzocchi di Andrea ebbe sembra di mira il benessere di sue famiglia 15 volte decossi al Giappone per seme bachi compiendo 9 giri intorno al mondo galantuomo, di buon cuore nato nel 1829.

L’eredità di Pompeo: il Museo d’Arte Orientale – Collezione Mazzocchi

L’istituzione Museo dArte Orientale – Collezione Mazzocchi esemplifica quanto precedentemente scritto, fornendo un modello evidente di come il giapponismo abbia esercitato una forte influenza sui semai italiani e di come una collezione privata abbia dato origine ad unistituzione pubblica. La raccolta attualmente esposta e visibile ai visitatori, infatti, trae origine dalle quindici spedizioni realizzate dal bachicoltore e semaio Pompeo Mazzocchi nel periodo che intercorre del 1864 al 1880 e dal fascino esercitato dai colori, dai materiali e dalle pregiate lavorazioni.

Il patrimonio artistico, in realtà, è molto più esteso rispetto a quanto oggi esposto offrendo testimonianze anche di altre culture e civiltà come ad esempio quella cinese, thailandese o indiana. La scelta espositiva adottata, però, è stata quella di focalizzarsi unicamente sulle testimonianze darte giapponese, selezionando circa duecento opere, essendo stato il Paese del Sol Levante meta prediletta di Pompeo. 

Visione della seconda sala del Museo d’Arte Orientale – Collezione Mazzocchi, la Sala del Ciliegio.

Il Museo può essere ancora considerato di recente apertura, essendo stato ufficialmente inaugurato nel 2017. Questo trova sede nel comune d’origine del collezionista, Coccaglio, un piccolo paese della Franciacorta collocato nella provincia di Brescia. 

La collezione permanente

La collezione permanente del Museo esposta è estremamente eterogenea, essendo composta da xilografie, dipinti, fotografie, ma anche armi, armature e manufatti artistici tra i quali netsuke, lacche, gioielli e bronzi. In particolare spiccano quelli che vengono definiti come i cinque tesori della collezione. Ovvero quattordici dei quindici quaderni che compongono la prima edizione dei Quaderni Manga di Hokusai, con anche alcuni dei loro sigilli e sovraccoperte originali. Il secondo tesoro è dato dal nucleo di xilografie a tema paesaggio realizzate da Hiroshige I e Hiroshige II.

Mentre per quando riguarda il terzo si tratta del nucleo di xilografie ad opera dei maggiori artisti e rappresentanti dellUkiyo-e, tra i quali il celebre Chikanobu Yoshu (1838-1912). Il quarto tesoro è composto da due Yoroi-kabuto, ovvero due armature con elmo, risalenti al periodo Edo (1603-1868). Infine con l’ultimo tesoro si indica il nucleo di oggetti di uso quotidiano lavorati con la lacca tradizionale urushie con la tecnica di decorazione con polvere d’oro makie.

Oltre alle testimonianze d’arte giapponese è stato scelto di esporre anche opere occidentali che rappresentassero alcuni dei membri della famiglia Mazzocchi oltre a Pompeo, in particolare il pittore Carlo Prada (1884-1960) e la nuora Eva Dea la quale si è recentemente scoperto essere anche pregevole artista.

Si sono avute nel corso degli anni anche donazioni private, nella maggior parte dei casi di xilografie e di oggetti laccati. È possibile citare la donazione di una xilografia ad opera dell’artista Kunichika, rappresentante un attore del teatro Kabuki. La stampa si dimostra particolarmente importante ai fini dell’esposizione perché è parte di una serie che lo stesso Pompeo Mazzocchi aveva iniziato a collezionare.

Hokusai Katsushika, I quaderni manga di Hokusai vol. I – XIV, 1815 -1875, xilografie policrome su carta di gelso, 225 x 160 mm, inv. 425 – 438. Museo d’Arte Orientale – Collezione Mazzocchi.

Quindi ancora oggi, grazie all’intraprendenza di chi è riuscito a conciliare la propria professione con la propria passione, è possibile godere di istituzioni pubbliche nate da collezioni private a testimonianza del legame storico ed artistico che unisce il Giappone e l’Italia.

Gaia Poinelli:

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