Se vi capitasse di vedere un quadro di Beksiński senza conoscere l’autore, pensereste subito a una persona cupa, tormentata, magari vestita di nero che vive in una grotta senza luce alimentandosi solo di disperazione. I suoi dipinti, infatti, mostrano immensi scheletri, architetture ossee, mostri deformi e paesaggi che sembrano usciti da una brutta digestione post-grigliata. E invece no: Beksiński era un tipo spassoso, un po’ ipocondriaco, che amava la musica classica, odiava viaggiare e preferiva passare le giornate in ciabatte a fare due chiacchiere.
Un artista per caso (che voleva solo fare altro)
Nato in Polonia nel 1929, il giovane Zdzisław non aveva alcuna intenzione di diventare il maestro del “fotografare i sogni”, come venne poi definito. Suo padre voleva per lui un futuro solido e lo iscrisse a architettura. Beksiński odiò ogni singolo secondo di quell’università, ma finì per laurearsi lo stesso. Dopo aver passato un po’ di tempo a fare il supervisore nei cantieri edili — lavoro che detestava al punto da considerare la pittura una “dolce via di fuga” — decise di buttarsi sull’arte. Ha iniziato con la fotografia, poi con la scultura, fino ad arrivare alla pittura ad olio, dove ha trovato la sua vera vocazione: spaventare a morte chiunque guardasse le sue tele
“Non chiedetemi cosa significa, non lo so nemmeno io”
Il periodo più famoso della sua carriera è il cosiddetto “Periodo Fantastico“. In queste opere si vedono scenari apocalittici, deserti, teschi, decomposizioni e creature surreali.
La cosa divertente?
Beksiński si arrabbiava moltissimo quando critici e giornalisti cercavano di dare un significato profondo o simbolico ai suoi quadri. Per lui non c’era nessun messaggio nascosto, nessuna metafora politica o filosofica. Non dava nemmeno un titolo alle sue opere: per lui erano solo “immagini belle da vedere”. Quando la gente gli chiedeva perché dipingesse cose così inquietanti, lui rispondeva sinceramente che non ne aveva idea, ma che trovava i suoi quadri persino ottimisti e venati di umorismo. Sì, avete capito bene: umorismo.
L’anti-star dell’arte: niente viaggi, solo musica e casa
Mentre molti artisti famosi amavano le feste, i viaggi e la vita da bohémien, Beksiński era l’esatto opposto: un perfetto casalingo. Odiava viaggiare e cercava sempre di non presenziare alle mostre d’arte (comprese le sue!). Non andava quasi mai NEMMENO alle sue inaugurazioni. Se un collezionista voleva comprare un suo quadro, doveva andare a trovarlo nel suo modesto appartamento a Varsavia. Dipingeva per ore ed ore al giorno ascoltando musica classica a tutto volume con le cuffie. Tra l’altro, è stato uno dei primi artisti tradizionali ad abbracciare la tecnologia: negli anni ’90 ha iniziato a usare il computer per creare arte digitale e fotomontaggi, dimostrando che non si è mai troppo vecchi per smanettare con Photoshop.
Un’eredità che vive nei videogiochi e nel cinema
Nonostante una vita privata purtroppo segnata da tragici lutti familiari e da una fine drammatica nel 2005, l’eredità artistica di Beksiński è più viva che mai. Il suo stile visivo unico ha influenzato generazioni di registi, scrittori e creatori di videogiochi. Se avete mai giocato a Dark Souls, Scorn o se avete visto film horror con ambientazioni desolate e surreali, sappiate che c’è un pezzetto di Beksiński in ognuno di essi. È l’eredità di un genio gentile che ha saputo dipingere l’oscurità come nessun altro, il tutto senza mai togliersi le ciabatte da casa.