C’è una strana euforia che fluttua nell’aria della Versilia. Se ascoltate i discorsi ufficiali, l’inaugurazione del Museo Igor Mitoraj, fissata in pompa magna per il 6 giugno è stata dipinta come l’anno zero di Pietrasanta, il sigillo definitivo sul titolo di “Piccola Atene”. Si parla di settecento invitati, di una passerella mondana da prima pagina e della solita, trita retorica del riscatto territoriale. Eppure, superato l’entusiasmo da taglio del nastro, l’operazione lascia sul campo interrogativi pesanti. Domande che non riguardano il valore indiscutibile dell’artista polacco, ma il senso stesso di questa operazione urbanistica, culturale e gestionale.
Il primo nodo è visivo, quasi fisico. Chiunque frequenti Pietrasanta sa che la città soffre da tempo di una sorta di “sindrome di Mitoraj”. I suoi torsi fratturati, i volti bendati e i bronzi monumentali occupano già le piazze, presidiano i vicoli, colonizzano i sagrati delle chiese. L’immaginario visivo del borgo è ormai totalmente sovrapponibile alla sua firma. Viene da chiedersi, allora, se ci fosse davvero bisogno di un intero, mastodontico edificio per rinchiudere un autore che ha già trasformato la città nel suo museo a cielo aperto? Il rischio, concreto, è quello di istituzionalizzare un monoculto estetico. Una mossa che rischia, oltremodo, di soffocare le altre mille anime creative, i laboratori di marmo storici e le fonderie d’avanguardia che popolano la Versilia. Pietrasanta, secondo noi, non può ridursi da laboratorio vivo e pulsante a parco a tema di un singolo autore.
C’è poi un cortocircuito critico che va affrontato con estrema franchezza. L’arte di Mitoraj, amatissima dal mercato e dai collezionisti, ha sempre viaggiato su un binario di forte rassicurazione. È una scultura monumentale che piace immensamente alle istituzioni perché arreda con decoro, riempie gli spazi senza graffiare e non disturba mai davvero lo spettatore. Ma proporre questo classicismo levigato e postmoderno come il fulcro del rilancio contemporaneo e nel 2026 sa di retroguardia. È una scelta nostalgica, che rischia di allontanare i linguaggi più sperimentali, radicali e complessi del XXI secolo, quelli che l’arte contemporanea dovrebbe avere invece il coraggio di esplorare.
Ma l’interrogativo più urticante si presenterà il giorno dopo la festa, il 7 giugno, quando i riflettori si spegneranno. Il museo è uno dei primi cantieri toscani a vedere la luce grazie ai fondi del PNRR: soldi europei utili a edificare e restaurare, certo, ma che non coprono la gestione futura. Mantenere spazi monumentali del genere e conservare opere di quelle dimensioni richiede budget imponenti. Come farà una città che vive di un turismo violentemente stagionale a tenere vivo il museo a gennaio o febbraio? Il rischio che la struttura gravi interamente sulle casse comunali è altissimo. E le promesse di un “centro polifunzionale” aperto alle mostre temporanee rischiano di scontrarsi con la realtà: senza un piano finanziario solido e indipendente, quegli spazi si ridurranno a ospitare eventi minori, trasformando il museo in un costosissimo mausoleo vuoto per gran parte dell’anno.
La sfida, quindi, ora passa tutta nelle mani del direttore Frank Boehm. Se non saprà imporre da subito una linea curatoriale coraggiosa — capace di far dialogare, e persino scontrare, i giganti di Mitoraj con artisti che ne contestino o ne ribaltino l’estetica — il nuovo spazio nascerà già vecchio. Una bellissima, imponente cattedrale nel deserto della Versilia invernale.


