Dora Maar
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Dora Maar, la Musa del Minotauro

La chiamavano “Musa del Minotauro”, eppure Dora Maar è stata molto più della donna di Pablo Picasso. 

Nata a Parigi e cresciuta a Buenos Aires, Henriette Theodora Markovitch (1907-1997), era figlia unica di un architetto croato e di un’imprenditrice di moda parigina. 

Vissuta fin da bambina in un ambiente culturalmente stimolante, a vent’anni si trasferì a a Parigi insieme alla madre dove frequentò l’École et Ateliers d’Arts Décoratifs. 

Fu però l’incontro con la fotografia a liberare il suo potenziale espressivo frequentando alcuni studi e camere oscure in condivisione con altri fotografi.

Adottò quindi il nome d’arte Dora Maar, con cui si fece conoscere in tutta Parigi, iniziando una attività come fotografa di moda. 

Dora Maar
Dora Maar, foto di moda, anni Trenta

L’interesse per l’insolito si ritrova anche nella sua fotografia commerciale caratterizzata dall’uso di tecniche innovative e sperimentali: dal collage al fotomontaggio, all’uso di luci e ombre dal taglio drammatico e fortemente pittorico che danno ai soggetti un tocco fantastico e irreale.

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Dora Maar, foto di moda, anni Trenta
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Dora Maar, The double, 1935
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Dora Maar, Untitled, 1933, Harvard Art Museum
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Dora Maar, Modella in piscina, 1936, Los Angeles, Paul Getty Museum

I suoi nudi femminili celebrano le donne: sono corpi atletici, di una sensualità esplicita ed equivoca, perturbanti e onirici.

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Dora Maar, Untitled, anni Trenta
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Dora Maar, Double portrait, 1930
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Dora Maar, Fotografia di moda, 1936

Parallelamente ai lavori commerciali, Maar si specializzò nella fotografia di strada rappresentando la sofferenza di mendicanti e vagabondi che riempivano le città a seguito della Grande depressione. Per le strade di Londra, Parigi e Barcellona portando con sé una Rolleiflex, realizzò scatti di vita urbana, impietosi ma incredibilmente umani. 

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Dora Maar, Al mercato, 1934

Dalla metà degli anni Trenta, Dora iniziò a frequentare gli ambienti surrealisti entrando in contatto con André Breton, Henri Cartier-Bresson, Brassaï, e Man Ray, per il quale posò svariate volte.

Dora Maar
Dora Maar, The Years Lie in Wait for You, 1936

Il movimento surrealista, caratterizzato dall’idea che l’arte sia libera espressione dell’inconscio, influenzò molto la fotografia di Maar, permettendole di esprimere le sue idee in maniera sempre più originale. Attratta dai temi del gruppo, quali l’erotismo, il sonno, l’inconscio e il rapporto tra arte e realtà, realizzò fotografie sempre più visionarie, ironiche e oniriche che trasportano lo spettatore in mondi altri. 

Dora è una delle poche donne artiste ad essere ammessa nelle mostre dei surrealisti.  

Dora Maar
Dora Maar, Model’s Hand coming out of Shell, 1934, Francia, Parigi, Centre Pompidou
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Dora Maar, Senza Titolo, 1935, Francia, Parigi, Collection Centre Pompidou, Paris.

I suoi fotomontaggi provocatori diventano celebri icone del surrealismo: a lei si deve una delle opere simbolo della fotografia surrealista, Père Ubu, ovvero la fotografia di un feto di armadillo rannicchiato. Il titolo richiama il mostruoso personaggio del controverso gioco Ubu Roi (1896) ideato da Alfred Jarry. La creatura di Maar mette in evidenza la natura bestiale dell’antieroe di Jarry, la cui avidità, crudeltà e volgarità si manifestavano nel suo aspetto orribile.

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Dora Maar, Père Ubu, 1936, Francia, Parigi, Centre Pompidou 

Dora possiede occhi luminosi e uno sguardo attento, a volte ti fissa con uno sguardo inquietante

Brassaï

Dora fu attratta dai Surrealisti anche per il loro attivismo politico di sinistra. Non solo risulta tra i firmatari di alcuni manifesti contro il fascismo, ma divenne anche un membro attivo del gruppo antifascista Contre-Attaque, creato nel 1935 da Georges Bataille e André Breton.

Il suo interesse per la fotografia di strada si ricollegava alle sue idee politiche, scegliendo di immortalare la solitudine ma anche la dignità degli ultimi. 

Con lo sguardo sempre attento, così la descrive Brassaï:

«Dora, già e per sempre fotografa, va a caccia di un soggetto come una cacciatrice della preda, sempre alla ricerca dell’insignificante più significativo».

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Dora Maar, Untitled, anni Trenta

Scene di miseria, vagabondi, ciechi e storpi sono tra i soggetti preferiti dell’artista, insieme al mondo dell’infanzia e la vita quotidiana che si svolge nelle strade. 

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Dora Maar, Money and Morals, 1934 

Mercatini, fiere ma anche l’eccentrico la attrae, il negozio di tatuaggi, la vetrina del mago, il canguro di paglia, dando vita a quello che viene definito “street surrealism”.

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Dora Maar, Marionette, anni Trenta
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Dora Maar, Untitled, 1940

Al culmine del successo la sua vita fu però stravolta da un incontro inaspettato, ovvero quello con il Minotauro, Pablo Picasso. 

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Dora Maar e Pablo Picasso

I due si incontrarono una mattina nel caffè parigino Les Deux Magots, dove Dora, con la mano poggiata sul tavolo e aperta a ventaglio, colpiva velocemente lo spazio tra le dita con un piccolo coltello, non fermandosi neppure quando si feriva per errore. Pablo ne rimase talmente colpito da chiederle di omaggiarlo dei suoi guanti insanguinati, dicendole che  sarebbe stata gradita ospite ogni qual volta avesse voluto rivederli.

Stando al racconto di Dora fu però la foto scattata da Man Ray, che la ritrae nelle vesti di una principessa indiana, a far innamorare l’artista spagnolo:

«Quella fotografia è stata decisiva nella mia vita: quando Picasso la vide si innamorò della principessa indiana. Di ciò che rappresentavo, non di quella che ero veramente». 

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Man Ray, Dora Maar, 1936

Le sue parole esprimono chiaramente la relazione tormentata, passionale e dolorosa intrattenuta con Picasso. 

Lui, che le donne le travolgeva e le dominava, fu per Dora la sua distruzione. 

Tuttavia, ella fu una delle donne che ha ispirato maggiormente l’artista: nei mesi di maggio e giugno del 1937, Maar fu una presenza costante e fondamentale nello studio dell’artista in Rue Des Grands-Augustins. A quanto pare, la militanza politica di Dora ebbe un impatto decisivo nella composizione di Guernica (1937), il capolavoro del pittore sulla guerra civile spagnola. Quel che è certo è che si deve a lei un fondamentale reportage sulle fasi di realizzazione del dipinto.

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Dora Maar, Guernica di Pablo Picasso, 1937

Inoltre Maar è diventata il soggetto di molte opere dell’artista spagnolo. 

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Pablo PicassoRitratto di Dora Maar, 1937, olio su tela, Parigi, Musée National Picasso

Sono tutti Picasso, nessuno è Dora Maar

Il più noto di questi si intitola “Donna che piange”, soggetto più volte ripreso da Picasso, che dichiarò in proposito: 

«un artista non è libero come può sembrare. E così è stato con i miei ritratti di Dora Maar. Non potevo dipingerla mentre rideva. Per me lei è una donna che piange. L’ho ritratta per anni in modo tormentato, ma farlo non era mai sadico, né piacevole: ho solo obbedito ad una visione che si imponeva in me. Era una realtà profonda, non superficiale». 

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Pablo Picasso, Donna che piange, 1937, olio su tela, Londra, Tate Moder

Anche Maar confermò questa visione tanto che delle tele del compagno disse: 

“Sono la donna che piange

Sono la donna verde dei quadri del genio.

Sono l’idea stessa del dolore, il mio, il suo, il dolore del mondo”.

Guardando tali opere risulta ancora più evidente: tutte rappresentano una figura femminile dolente, snaturata, privata della sua identità e spersonalizzata. Certo, il fulcro era Picasso ma ad ispirarlo era pur sempre lei, musa e vittima: 

«Non sono stata l’amante di Picasso. Era solo il mio padrone», disse una volta Dora. 

Questa dinamica di controllo e possesso caratterizzò il loro rapporto tanto che l’inizio della sua relazione con Picasso coincise con il suo declino psicologico ma anche artistico. L’uomo, infatti, le chiese di smettere di fotografare e la spinse verso la pittura, consapevole che Dora era più brava con la macchina fotografica che con i pennelli.

La coppia si separò definitivamente nel 1943, quando Picasso conobbe Françoise Gilot, 40 anni più giovane di lui.

Dora, già sprofondata in un caos emotivo, collassò ed ebbe un esaurimento nervoso. Si affidò dunque alle cure dello psichiatra Jacques Lacan, che dapprima cercò di curarla con l’elettroshock, poi indirizzandola verso la religione cattolica in cui trovò in parte una consolazione. 

Dora Maar si trasferì in Provenza, dove riprese a dedicarsi all’arte, prima interessandosi alla ritrattistica poi, negli anni Sessanta, praticò l’astrattismo. Negli anni Ottanta riprese la fotografia, sperimentando in camera oscura il fotogramma, una stampa fotografica realizzata appoggiando oggetti su carta fotografica ed esponendoli alla luce.

La strada non le interessava più: 

La strada è cambiata così tanto, non credi? È più stravagante … ma allo stesso tempo non è più interessante, è banale

Dora Maar, 1994

Dora ci ha lasciati all’età di 89 anni, il 16 luglio 1997. Per l’occasione un giornale  la definì “vittima del Minotauro”. 

In effetti, per lungo tempo, la sua arte è stata subordinata, specialmente dai media, alla sua vita sentimentale e solo da pochi anni Dora Maar è stata riscoperta e valorizzata, finalmente emancipata da Picasso. 

Alice Meini

Dopo la aurea magistrale in Storia dell’arte presso l’Università di Pisa, ha lavorato come mediatore museale e operatore bibliotecario. Successivamente ha conseguito un master in Progettazione di attività e percorsi didattici per le istituzioni culturali presso lo IED di Venezia con una tesi sulla peer education nei musei.
Sogna un museo partecipativo, inclusivo e accessibile in grado di favorire il coinvolgimento attivo e creativo dei visitatori. Appassionata di cinema e letteratura, ama -anche troppo- le citazioni…pertanto ha deciso di chiudere questa bio con le parole di Enzo Mari: “tutti dovrebbero progettare…è l’unico modo per non essere progettati”.

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1 commento

  1. Buscarle a uno las vueltas…

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