Quando si parla di artisti nel mondo dell’arte, solitamente si fa subito riferimento ai più grandi nomi come Raffaello, Michelangelo ect… quindi il nostro primo pensiero non va mai alle donne che sono state artiste come Rosalba Carriera, Artemisia Gentileschi e tante altre.

L’origine del mito

In realtà è già possibile avere qualche informazione sulle prime donne artiste dell’antichità grazie al Naturalis Historia di Plinio che nel XXXV libro riporta una leggenda secondo cui “ la pittura fu inventata da una ragazza di Corinto che per ricordare le sembianze del suo amato, che doveva partire per lontani lidi, ne tracciò il ritratto sul muro ricalcandone l’ombra proiettata da una lanterna”. In essa Plinio riporta anche un elenco con nomi di alcune artiste greche come Timarete, Kalypso et al. Cadute poi nel dimenticatoio. Ma questo dovrebbe farci riflettere e portarci alla domanda successiva “ come mai il primo gesto pittorico viene realizzato da una donna, ma poi nella realtà dei fatti le donne artiste furono relegate ad una piccola cerchia, quasi invisibili?

Il pregiudizio mitologico

Questa domanda ci conduce ad un’altra riflessione non meno importante, ovvero che gli antichi greci come gli antichi romani avevano paura delle donne.
Lo dimostra, in primo luogo, la mitologia dove il genere femminile è spesso rappresentato da personaggi efferati e abominevoli. Basti pensare alle amazzoni, alle dee greche. Prendendo in considerazione un esempio specifico si potrebbe esaminare brevemente il mito di Pandora. Tutti in un modo o nell’altro conosciamo la storia. Pandora che apre il vaso e da quel gesto tutti i mali si riversano sulla terra. In realtà esistono varie versioni, le principali sono due: la prima è quella che vede la donna (Pandora) come portatrice dei mali sulla terra, la seconda versione ovviamente meno conosciuta racconta di una donna che, sotto l’influenza del suo compagno (Epimeteo) apre il vaso da cui fuoriesce solo male.
Infine vi è un’altra ulteriore versione, sconosciuta ai più, in cui Pandora apre il vaso e vi fuoriescono tutti i beni. Pandora infatti in greco è il Kalon Kakon, il bel male. Colei che a causa della sua curiosità manda il mondo degli uomini in rovina.

Tra clausura e Arti Minori

Nell’alto medioevo la vicenda delle donne artiste divenne florida (prese piede) quando la necessità di divulgare la parola divina portò alla fioritura degli scriptoria femminili nei conventi. Le donne, di conseguenza, presero ad occuparsi della decorazione di codici e manoscritti miniati guadagnandosi l’appellativo di artiste. Difatti miniatura, tessitura e ricamo costituivano le cosiddette arti minori una forma d’arte accessibile alle donne in questo periodo. L’educazione femminile si basava si tre insegnamenti fondamentali: la religione intrisa di morale, rudimenti essenziali ( leggere, scrivere e far di conto) e tener in mano ago e filo. La chiesa considerava l’istruzione femminile come un pericoloso flagello da tenere a distanza. Nelle famiglie aristocratiche più in vista vigeva l’usanza di mandare le proprie figlie in convento. Qui avrebbero ricevuto un’ adeguata preparazione culturale ed artistica che avrebbe loro consentito di condurre una vita dignitosa. Dunque, se una donna desiderava possedere un minimo di cultura o ricevere un adeguata formazione, l’unica strada che poteva intraprendere era quella religiosa.

Il Rinascimento: Mecenatismo e ascesa delle Nobildonne

Nel Rinascimento le regole di accesso alla professione di artista formulate da Leon Battista Alberti nel De Pictura, escludevano le donne poiché queste regole erano impossibili da seguire. Secondo Alberti solo la pittura di HISTORIA era in grado di evocare la dignità della storia antica e chiunque intendesse occuparsi di questo genere doveva studiare il corpo umano. Il punto di partenza erano i cadaveri, passando poi ai modelli vestiti per arrivare infine al modello maschile nudo. La formazione era poi completata con una serie di viaggi nei principali centri artistici per conoscere le opere dei rivali e dei maggiori artisti delle generazioni passate. Tale percorso, come si può ben intuire, era precluso alle donne sia perché non era decoroso studiare un corpo maschile nudo ( vivo o morto che fosse) sia perché esse non potevano viaggiare da sole. Con Baldassarre Castiglione si ha una leggera inversione di rotta. Vi è ,con lui, una rivalutazione del ruolo femminile poiché nel suo Libro del Cortigiano (1528) introdusse un nuovo modello di cultura femminile che venne a sostituire quello religioso e domestico contribuendo all’emancipazione della donna. Non è un caso che Baldassarre C. fu uno dei tanti intellettuali alla corte di Mantova sotto Isabella d’Este, una delle più grandi mecenate di quel periodo. Figura centrale del Rinascimento, in grado di coniugare doti finissime, grande sensibilità, interessi culturali che spaziavano dalla pittura, alla musica, alla danza fino alla poesia. Riuscì a rivestire un ruolo strategico nella complessa storia del marchesato di Mantova e ottenne la reggenza dello stato per conto del marito e poi del figlio.
La vivacità culturale di Mantova era destinata ad eccellere soprattutto grazie a lei. Fu la prima vera interprete di un cambiamento culturale che si stava manifestando gradualmente e che portava a compimento ciò che Christine de Pizan (scrittrice vissuta nel 1300) aveva solo anticipato:

L’eccellenza o l’inferiorità delle persone non risiede nei loro corpi o non dipende dal loro sesso, ma

dalla perfezione dei loro costumi e delle loro virtù”.

Se le donne dei ceti medio bassi videro restringersi ulteriormente il loro campo d’azione dopo la nascita delle corporazioni dei mestieri, tendenzialmente restie ad accogliere le donne nelle varie arti, le figlie delle famiglie nobili e aristocratiche poterono ricevere un’istruzione superiore alla media. Una donna colta, raffinata, esperta nelle arti, era molto più ambita e aveva maggiori possibilità di trovare un ottimo partito o di essere destinata alle grandi corti italiane ed europee. Istruite nella musica e nella letteratura, spesso anche nelle scienze e nella filosofia, queste nobildonne dettero vita ai primi circoli letterari, soprattutto in grandi città come Firenze, Venezia, Milano e Urbino.

Tiziano, Ritratto di Isabella d’Este, olio su tela, 1530-39, Kunsthistorisches museum, Vienna

Un ruolo a parte venne svolto dalle “cortigiane oneste”, intellettualmente vivaci, esperte della vita in società, in grado di intrattenere conversazioni con chiunque, considerate però alla stregua di concubine. Sebbene costrette a convivere con questo pregiudizio, queste donne godettero di una grande indipendenza e spesso coltivarono le proprie passioni artistiche. Le nobildonne che invece rivestirono ruoli ufficiali convenzionali seppero coniugare cultura, eleganza, raffinatezza, circospezione, ambizione: Vittoria Colonna, Elisabetta Gonzaga, Lucrezia Borgia, il Rinascimento è pieno di donne che conquistarono la ribalta e non la lasciarono fino alla fine. E su tutte primeggiò Isabella.

I reali cambiamenti si videro però a partire dal 1606 ca. quando le donne iniziarono ad essere ammesse all’interno dell’Accademia (fino a quel tempo consentita solo agli uomini), ma pur sempre con grandi limitazioni. Esse non potevano partecipare alle riunioni né alle assemblee, non potevano cimentarsi nella rappresentazione della pittura d’Historia, né dedicarsi allo studio del corpo umano. Le prime donne ad accedere alle accademie d’arte furono figure pionieristiche come Artemisia Gentileschi  (prima donna ammessa all’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze nel 1606) e Diana Scultori ammessa all’associazione di artisti di San Luca a Roma nel 1580, anche se con limitazioni, mentre Elisabetta Siriani fondò la prima scuola d’arte per donne a Bologna, superando i divieti e formando nuove artiste in un’epoca in cui la partecipazione femminile era quasi impossibile. 

Linda Nochlin e lo smantellamento del “Genio”

Si arriva così al 1971.

Mentre infuria la lotta femminista, un celebre saggio di Linda Nochlin apre un dibattito che dura tutt’ora ponendo una domanda fondamentale “ Perché non ci sono state grandi artiste?” La studiosa giunge alla conclusione che gran parte della responsabilità sia da attribuire agli uomini. Preoccupati che una donna prendesse il sopravvento, assumesse il controllo della situazione e dimostrasse che ogni cosa le riusciva meglio, gli uomini hanno fatto credere che le rappresentanti del gentil sesso fossero nate sotto una cattiva stella, tormentate dagli ormoni e straziate dai dolori mestruali con il solo scopo di impedir loro per secoli l’affermazione nel campo della scienza, della politica e dell’arte.

Come sostiene Nochlin vi sono dei giganteschi preconcetti sul lavoro dell’artista in generale, nello specifico si riuniscono nell’immaginario collettivo artisti come Michelangelo, Van Gogh, Raffaello Pollock considerati “ GRANDI ARTISTI” ovvero persone dotate di genio. Il genio a sua volta è assorbito ed inteso come una forza astorica e misteriosa racchiusa nella persona del grande artista. Sta di fatto però che dietro il problema della donna artista si cela proprio questo mito, questo credo. IL MITO DEL GRANDE ARTISTA protagonista eccezionale, quasi divino e depositario di un’ innata essenza misteriosa; un demiurgo che dal nulla crea. Basti pensare alla favoletta del ragazzo prodigio: Giotto il pastorello trovato a disegnare una pecora da Cimabue ( artista maturo) vicenda narrata da un grandissimo scrittore quale Vasari. Perché le donne artiste allora non vengono prese in considerazione? Eppure esistevano, erano attive. La risposta è semplice: perché non erano considerate al pari dell’uomo e perché non avevano materialmente gli strumenti e le possibilità. Era una competizione sleale.

Perché la società è permeata di questi dogmi, si pensi solo al fatto che nel 2013 è stato tolto il divieto di poter indossare i pantaloni alle donne! Legge che fu istituita nel 1800, ovvero le donne potevano indossare i pantaloni previa speciale autorizzazione. In pratica avevano bisogno di un certificato medico da mostrare alla polizia per giustificare il loro modo di abbigliarsi. Oppure basti pensare all’introduzione della Barbie Architetta avvenuta nel 2011, perché ovviamente quando abbiamo a che fare con un ambito che investe l’ingegno assistiamo ad un ritardo inaudito, infatti dopo aver bocciato il “progetto” nel 2002 la Mattel (casa madre di Barbie) giustificò il suo rifiuto sostenendo che “ il lavoro dell’architetto risulta incomprensibile alle bambine.”

Diciamocela tutta, parafrasando in un italiano rinascimentale la sorpresa che ha destato l’immissione di una bambola architetta suona come le parole di Giorgio Vasari nel prologo dell’unica biografia dedicata ad una donna la bolognese Propezia de’ Rossi.

“ né [le donne] si son vergognate, quasi per torci il vanto della superiorità, di mettersi con le tenere e bianchissime mani nelle cose mecaniche e fra la ruvidezza de’ marmi e l’asprezza del ferro, per conseguire il desiderio loro e riportarono fama, come fece ne’ nostri dì Propezia de’ Rossi da Bologna, giovane virtuosa, non solamente nelle cose di casa come l’altre, ma in infinite scienze che non le donne, ma tutti gli uomini gl’ebbero invidia” e continua” ma se le donne si bene sanno fare gli uomini vivi, che meraviglia quelle che vogliono anco fargli sì bene dipinti?”

Ritratto di Properzia de Rossi, incisione di Nicolas de Larmessin, stampata nel volume “Académie des Sciences et des Arts” di Isaac Bullart.1862.

C’è sempre un grado di sorpresa e di ironia in questi pensieri e scritti dedicati al talento femminile, Vasari è, per l’appunto, un uomo del Cinquecento, secolo in cui timidamente le donne cominciarono ad affacciarsi come professioniste sulla scena artistica con le restrizione del caso: non potevano partecipare ai concorsi per le opere pubbliche, nelle chiese, nelle piazze ect.

La provocazione delle Guerrilla Girl

Nel XIX secolo le artiste sono ancora costrette a lottare per ottenere i giusti riconoscimenti. Un esempio lampante è la Francia ottocentesca che risulta il paese con il maggior numero di artiste ed è evidente che le donne non venivano accettate come pittrici di professione poiché alla metà del secolo solamente 1/3 degli artisti erano donne e tuttavia anche questa statistica, che era abbastanza incoraggiante, risulta fuorviante se si considera che nessuna pittrice di questa quota ( relativamente esigua) passò per il trampolino successivo ovvero L’Ecole des Beaux Artes. Solo una minima percentuale (7%) ricevette qualche commissione o incarico ufficiale. A buttare benzina sul fuoco nel 1848 uscì un libro che ebbe una risonanza estrema: The Family monitor and the domestic guide di Sara Stickney Ellis. Il libro, in pratica, era un manuale di vita domestica in cui la donna non doveva eccellere al contrario doveva fare pochi lavori ma fatti bene.

“ Vorrei eccellere in qualcosa è un espressione frequente, in certi limiti lodevole, ma da dove deriva? E verso cosa tende? Essere in grado di fare molte cose in maniera discreta conferisce alla donna un valore infinitamente superiore alla capacità di distinguersi in uno soltanto. Nel primo caso potrà rendersi sempre utile, nel secondo riuscirà a brillare solo per qualche istante se sarà preparata e capace quanto basta in ogni cosa saprà affrontare qualsiasi situazione della vita con facilità e dignità.”

L’arte della pittura e l’arte del disegno secondo la Ellis risultano un qualcosa di frivolo ed è congeniale a distrarre dalle faccende di casa e dai propri crucci per mantenere il buon umore. Con la Ellis si è consolidata una teoria detta “delle sfere separate” secondo cui all’uomo appartiene la sfera pubblica e politica, mentre alla donna quella privata e domestica: tutto, dall’abbigliamento all’urbanistica, risponde a queste due diverse esigenze.

Si giunge così al 1989, dove il modello di femminilità tradizionale viene completamente ribaltato con la seconda ondata femminista. Le Guerrilla Girls, collettivo anonimo di artiste e attiviste femministe fondato a New York City nel 1985, denuncia attraverso un manifesto pubblicitario “Le donne devono essere nude per entrare al Met. Museum? Meno del 5% degli artisti nelle sezioni d’Arte Moderna sono donne, ma l’85% dei nudi sono femminili”. Nel 1984, al Museo di Arte Moderna (MoMA) di New York, viene inaugurata la mostra “An International Survey of Recent Painting and Sculpture” che, per celebrare il rinnovamento del museo, espone le opere dei più importanti artisti moderni secondo l’istituzione museale. Ciò che sconvolge è che sui 169 artisti esposti, solo 13 sono donne e ancora meno risultano quelli di colore e, soprattutto, che nessuno sembri preoccuparsi dell’evidente squilibrio. Mosse dall’indignazione le Guerrilla si mobilitarono in sentite proteste, che però non ebbero nessun seguito, e fu allora che capirono che era necessario offrire al pubblico dei musei e alla società in generale una nuova lettura della storia e del mondo dell’arte. Un anno dopo,  il movimento delle “Guerrilla Girls” venne alla luce. fu adottato un linguaggio innovativo per denunciare le disuguaglianze nella storia dell’arte, che fino ad allora era stata più una “storia di potere”.

Ritorniamo perciò alla domanda di Linda Nochlin, ‘Perché non ci sono state grandi artiste?’ che continua a risuonare non come un’ammissione di inferiorità, ma come un atto d’accusa verso le strutture di potere che hanno costruito il canone estetico occidentale. Come abbiamo visto, il divario non è mai stato di talento, ma di accesso: alle scuole, ai modelli, ai viaggi, persino ai pantaloni. Se la storia dell’arte è stata, per citare le Guerrilla Girls, una ‘storia di potere’, il nostro compito attuale è smantellare il mito del demiurgo solitario per fare spazio a una narrazione plurale. La sfida del futuro non è più chiedere il permesso di entrare nei musei. Ma cambiare le regole del gioco affinché l’arte non sia più una questione di genere, ma l’espressione universale di un’umanità che non ha più paura della libertà delle donne.

Giulia Bertuccelli

Storica dell’arte laureata all’Università di Pisa. Affianca per un anno una ditta privata di restauro (tirocinio- Ditta Restauro Garosi, Firenze) poi si forma professionalmente come assistente di galleria, trasferendosi in un secondo momento a Barcellona e lavorando per Espronceda Institute of Art and Culture. Fondatrice del blog Mag Arte, sogna l'estinzione dell' ignoranza. Ama leggere disegnare e scrivere poesie. Ha un forte senso del dovrei e dimostra meno danni di quelli che ha.

Lascia un commento