se non capisci non sei stupido, sei solo fuori target

Un recente articolo pubblicato su Il Giornale dell’Arte ha riaperto una questione che nel sistema dell’arte viene spesso evitata: la difficoltà, per il pubblico, di comprendere l’arte contemporanea. Non si tratta di un limite individuale, ma di un disagio diffuso e strutturale, che nasce dal modo in cui l’arte viene esposta, raccontata e mediata. Un disagio che, invece di essere riconosciuto e attraversato, viene troppo spesso rimosso.

Ogni tanto qualcuno lo ammette, quasi sottovoce: nei musei di arte contemporanea spesso non si capisce niente. Non “si fatica a interpretare”, non “serve più mediazione”. Proprio: niente. Dirlo apertamente, però, resta difficile. Il disagio è tollerato solo se accompagnato da una certa cautela, come se non capire fosse una colpa personale e non il sintomo di un problema più ampio.

Anish Kapoor untrue unreal - Palazzo Strozzi Firenze
Anish Kapoor untrue unreal – Palazzo Strozzi Firenze

Eppure il disagio è lì, evidente, fin dal primo passo dentro al museo. Si cammina tra opere che sembrano parlarsi addosso, testi di sala scritti in un dialetto curatoriale autoreferenziale, silenzi densi di un sottotesto implicito ma chiarissimo: se non ti è chiaro, non è pensato per te.

In questo senso, il museo di arte contemporanea troppo spesso smette di essere un luogo di incontro.

La grande bugia della comprensione

Ci raccontano che l’arte contemporanea “pone domande”. Vero.
Ma dimenticano di dire a chi.

Il mito della comprensione è diventato una forma elegante di esclusione: se non capisci, significa che non hai studiato abbastanza, letto abbastanza, frequentato abbastanza. Il problema non è l’opera. Sei tu che non sei aggiornato.

Peccato che questo meccanismo trasformi l’arte in una pratica per iniziati e il museo in una vetrina di capitale culturale. Altro che spazio pubblico. Qui si viene per confermare di appartenere a un certo ecosistema, non per mettersi in discussione.

L’arte del passato aveva codici condivisi. Quella contemporanea li frammenta. Il museo, invece di fare da ponte, spesso alza il volume del gergo e chiama questa operazione “rigore critico”.

Il disagio come prova di realtà

Il disagio non è un incidente di percorso. È l’unica reazione onesta rimasta.

Quando un’opera ti lascia perplesso, infastidito, indifferente o apertamente ostile, non sta necessariamente fallendo. Sta facendo emergere una frattura. Il problema è che il museo non sa cosa farsene di quella frattura.

Anziché accoglierla, la patologizza. Il disagio diventa qualcosa da superare, da correggere, da risolvere con una didascalia di 800 parole. Mai, però, da riconoscere come parte legittima dell’esperienza.

Perché il disagio è pericoloso: mette in crisi l’idea che l’arte contemporanea sia automaticamente “avanzata” e chi la frequenta automaticamente “consapevole”.

Il museo come macchina di esclusione soft

Il museo contemporaneo ama definirsi inclusivo, aperto, democratico. Poi però comunica come se stesse parlando solo a chi già parla la sua lingua.

Testi criptici, percorsi non dichiarati, silenzi spacciati per profondità concettuale. Il visitatore è lasciato solo, ma non nel senso romantico del termine: solo e giudicato.

Il messaggio implicito è sempre lo stesso: se ti senti a disagio, è perché non sei pronto.
Non perché il museo non sta facendo il suo lavoro.

Un’istituzione che funziona così non media. Seleziona. Non apre domande. Le distribuisce in modo diseguale.

È sbagliato non capire l’arte contemporanea?

C’è un’idea tossica, mai detta ma sempre presente: che l’esperienza “giusta” dell’arte contemporanea sia una sola. Che esista una lettura corretta, e che le altre siano ingenue, superficiali, sbagliate.

In realtà, puoi non capire un’opera e trovarla irritante. Puoi capirla benissimo e trovarla vuota. Puoi uscirne annoiato, arrabbiato o indifferente. Tutto legittimo.

Allora: per chi è questo museo?

La domanda è brutale, ma inevitabile:
chi è il destinatario reale del museo di arte contemporanea?

Se la risposta è “chi ha già gli strumenti”, allora non stiamo parlando di un’istituzione pubblica, ma di un club. Un club con fondi pubblici, per giunta.

Se invece il museo accettasse davvero il rischio dell’incomprensione, smetterebbe di difendere l’ambiguità come valore in sé e inizierebbe a lavorare sul contesto, sulla mediazione, sul dialogo. Non per semplificare, ma per condividere.

Forse il problema non è che il pubblico non capisce l’arte contemporanea.
Forse il problema è che il sistema ha costruito un ambiente in cui non capire è previsto, ma non ammesso.

Continuare a difendere l’incomprensibilità come segno di radicalità è una scorciatoia. È una posa. È una forma di pigrizia istituzionale.

Un museo che parla solo agli addetti ai lavori non è elitario per sbaglio. Lo è per scelta.
E non c’è niente di contemporaneo in un luogo che ha paura di essere capito.

L’arte può permettersi di essere difficile.
Le istituzioni che la gestiscono, se vogliono ancora dirsi pubbliche, no.

Chiara Martine Menchetti

Storica dell’arte specializzata in iconografia e iconologia con una specializzazione in Storia dell’arte all’università di Pisa. Si forma professionalmente prima come assistente di galleria, Barbara Paci, poi come Direttrice della Galleria Vecchiato Arte. Dal 2019 collabora per Art-Test, società di studi e analisi diagnostiche, per attribuzioni e autenticazioni. Fondatrice del blog Mag Arte, vive di arte e di mare. Ma il suo vero sogno sarebbe stato fare la cantante, cabarettista e ballerina.

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