Il mito di Icaro è una delle storie più antiche e resistenti della nostra cultura. Tutti ricordiamo la trama: la prigionia nel labirinto di Creta, le ali di piume e cera costruite dal padre Dedalo e quel consiglio vitale — “non volare troppo vicino al sole” — rimasto inascoltato. Icaro, inebriato dalla libertà e dalla potenza del volo, ignora il limite, guarda la cera sciogliersi e precipita nel mare.

Ma dietro questa tragedia greca si nasconde qualcosa di più profondo della semplice disobbedienza. Come ci suggerisce Ovidio nelle sue Metamorfosi, Icaro incarna la hybris, ovvero la superbia umana che sfida l’ordine divino, rompendo quell’equilibrio (la sophrosyne) che dovrebbe guidare ogni uomo. Se per secoli artisti come Canova o Bruegel hanno dipinto questo mito soffermandosi sulla bellezza del corpo giovane o sul dramma del momento, gli artisti del Novecento hanno usato Icaro per raccontare un mondo che stava cadendo a pezzi.

Icaro tra le macerie della guerra

Per il surrealista britannico John Armstrong, nel 1940, Icaro non è più un bel ragazzo, ma un simbolo politico. Colpito dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale, Armstrong lo trasforma in un globo in frantumi con ali simili a petali di un fiore morente. Per lui, Icaro rappresenta l’umanità intera: un mondo che vola troppo vicino al “sole della conoscenza” tecnica e scientifica, finendo per essere distrutto dai propri stessi bombardamenti.

Jhon Armstrong, Icaro, 1940, olio su tela

Pochi anni dopo, nel 1947, Henri Matisse offre una visione opposta ma altrettanto potente. Costretto a letto dalla malattia, Matisse inizia a “disegnare con le forbici”, ritagliando carta colorata. Il suo Icaro è una sagoma nera che precipita in un cielo blu tra stelle che esplodono (o forse sono bombe?). Eppure, nonostante la caduta, c’è una grazia da balletto nel corpo e una macchia rossa brillante al posto del cuore, segno di una vitalità che non si arrende nemmeno nel momento della fine.

Henri Matisse, Icaro, tecnica mista, 1943

Il mito diventa corpo e azione

Negli anni ’60 e ’70, il mito esce dalla tela per diventare realtà. Yves Klein si fa fotografare mentre compie un “salto nel vuoto” da un edificio parigino. È un inganno fotografico, un fotomontaggio, ma il messaggio è chiaro: l’artista è un nuovo Icaro, un essere sovrumano capace di sfidare la gravità.

Di tutt’altro tono è l’esperienza di Chris Burden, che nel 1973 mette in scena una ricostruzione brutale del mito. Facendosi incendiare delle lastre di vetro sulle spalle, Burden trasforma la scottatura di Icaro in un atto fisico reale e scioccante, un modo per risvegliare un pubblico americano ormai assuefatto alla violenza della guerra del Vietnam.

Chris Burden, Icarus performed in Venice,13 aprile 1973

La cenere e la rinascita

Infine, arriviamo ad Anselm Kiefer, che trasporta Icaro nelle desolate terre tedesche del dopoguerra. Nelle sue tele enormi e materiche, fatte di sabbia e cenere, le ali di Icaro sono nere e bruciate, ma la sua testa assume la forma di una tavolozza da pittore. Qui il mito si fa speranza: Kiefer suggerisce che solo attraverso l’arte l’umanità può cercare di trascendere il peso di un passato terribile, provando a volare di nuovo anche dopo la distruzione.

Icarus – Sand of the Brandenburg March
Anselm Kiefer,

Oggi, guardando le ali staccate e le sagome stilizzate di artisti contemporanei come Louise Lawler, capiamo che Icaro non ha mai smesso di cadere. La sua storia continua a parlarci perché, in fondo, riflette la nostra eterna fragilità e il nostro inesauribile desiderio di spingerci oltre il possibile, costi quel che costi.

Giulia Bertuccelli

Storica dell’arte laureata all’Università di Pisa. Affianca per un anno una ditta privata di restauro (tirocinio- Ditta Restauro Garosi, Firenze) poi si forma professionalmente come assistente di galleria, trasferendosi in un secondo momento a Barcellona e lavorando per Espronceda Institute of Art and Culture. Fondatrice del blog Mag Arte, sogna l'estinzione dell' ignoranza. Ama leggere disegnare e scrivere poesie. Ha un forte senso del dovrei e dimostra meno danni di quelli che ha.

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