I Piatti di San Giovanni

A Firenze il 24 giugno si celebra la festa di San Giovanni Battista, patrono della città. 

A questa ricorrenza è legato uno degli episodi più interessanti e poco noti dell’oreficeria italiana tra Sei e Settecento che ha come protagonisti la casata dei Medici e dei Rospigliosi Pallavicini

Nel 1670 si celebrò il matrimonio tra Maria Camilla, nipote del cardinale genovese Lazzaro Pallavicini, e Giovan Battista Rospigliosi, nipote di papa Clemente IX. 

Questa unione fu promossa dallo stesso cardinale, che voleva porre il suo casato ai vertici dell’aristocrazia romana, e trovò la benedizione di Cosimo III dei Medici. 

 Il Volterrano, Ritratto di Cosimo III in abiti granducali
Baldassare Franceschini detto Il VolterranoRitratto di Cosimo III Medici in abiti granducali, 1676-1677, o/t, Castello Reale di Varsavia 

Il cardinale, in riconoscenza al Granduca, dispose un legato testamentario nel quale obbligava il suo erede a donare ogni anno a Cosimo III e dopo di lui al suo primogenito un argento lavorato il cui valore ammontasse a trecento scudi. 

A partire dal 1680, anno di morte del cardinale, per ben cinquantotto anni, ogni 24 giugno Cosimo III e il suo successore, il figlio Gian Gastone, hanno ricevuto pregiati bacili d’argento istoriati che celebravano i fasti della casata fiorentina.

Piatto di San Giovanni
Anonimo genovese, 1680, copia in gesso da originale in argento, Firenze, Palazzo Pitti

Uno dei primi artisti coinvolti nell’ideazione dei decori fu Carlo Maratta (Maratti), tra i massimi esponenti della pittura romana della seconda metà del Seicento. 

Carlo Maratti, La Toscana come Cibele accolta da Nettuno, 1681, disegno preparatorio, Chatsworth, Devonshire Collection
Carlo Maratti, La Toscana come Cibele accolta da Nettuno, 1681, disegno preparatorio, Chatsworth, Devonshire Collection
Bartolomeo Colleoni, su disegno di Carlo Maratti, La Toscana come Cibele accolta da Nettuno, 1681, copia in gesso da originale in argento, Firenze, Palazzo Pitti
Bartolomeo Colleoni, su disegno di Carlo Maratti, La Toscana come Cibele accolta da Nettuno, 1681, copia in gesso da originale in argento, Firenze, Palazzo Pitti

Successivamente fu la volta di Ciro Ferri, Pietro Lucatelli, Ludovico Gimignani, Lazzaro Baldi, Filippo Luzi, Giuseppe, Carlo e Tommaso Chiari, mentre l’esecuzione a sbalzo e a cesello si deve ad importanti argentieri romani e d’Oltralpe. 

I piatti donati a Cosimo III furono conservati nella Guardaroba di Palazzo Vecchio, mentre quelli donati a Gian Gastone rimasero a Palazzo Pitti.

Una volta estinta la famiglia Medici (1737), anche i “Piatti di San Giovanni”, come tutta l’argenteria della collezione, furono considerati una preziosa risorsa per ripianare il bilancio dello Stato toscano e favorire le imprese militari. 

I primi due piatti furono fusi per ordine del nuovo granduca di Toscana Francesco Stefano di Lorena, mentre gli altri sono stati esposti nella sala delle medaglie della Galleria degli Uffizi fino al 1791 e poi sono andati dispersi per ragioni di spazio e di interesse.

La bellezza e l’importanza storica di questi piatti non sfuggì al marchese Carlo Ginori,  fondatore della Manifattura Ginori di Doccia, che tra il 1746 e il 1748, fece realizzare dall’argentiere Pietro Romolo Bini le forme in gesso tratte dagli originali. 

Tomba Marchese Carlo Ginori, 1757, Livorno, Cattedrale di San Francesco
Tomba del Marchese Carlo Ginori, 1757, Livorno, Cattedrale di San Francesco

I Piatti di San Giovanni divennero un cavallo di battaglia della Manifattura Ginori. Per l’Esposizione Nazionale Italiana realizzarono una copia del primo piatto della serie abbinato ad un mesciroba tardobarocco, mentre all’Esposizione internazionale di Parigi del 1867 portarono delle copie in porcellana a testimonianza della fortuna riscossa da questa serie. 

Oggi i calchi in gesso, donati anni fa dal marchese Leonardo Ginori Lisci alle Gallerie fiorentine, sono esposti nelle sale di Palazzo Pitti e costituiscono l’unica testimonianza della perduta serie in argento.

Alice Meini

Dopo la aurea magistrale in Storia dell’arte presso l’Università di Pisa, ha lavorato come mediatore museale e operatore bibliotecario. Successivamente ha conseguito un master in Progettazione di attività e percorsi didattici per le istituzioni culturali presso lo IED di Venezia con una tesi sulla peer education nei musei.
Sogna un museo partecipativo, inclusivo e accessibile in grado di favorire il coinvolgimento attivo e creativo dei visitatori. Appassionata di cinema e letteratura, ama -anche troppo- le citazioni…pertanto ha deciso di chiudere questa bio con le parole di Enzo Mari: “tutti dovrebbero progettare…è l’unico modo per non essere progettati”.

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